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A un passo
da noi c’è l’Altro. Ma, nonostante questa estrema vicinanza,
l’Altro è lontano da noi. Molto lontano.
Per “raggiungerlo” (o, almeno, per tentare di comprenderlo)
occorre che prima conosciamo noi stessi (o, almeno, tentiamo di conoscerci).
Come diceva Socrate, appunto. Migliaia di anni fa. Ma le cose si complicano
se il presunto Altro siamo Noi stessi, proiettati fuori di noi, in un
spazio e/o in un altro tempo. Se l’Io si sdoppia o si triplica,
si moltiplica, diventa veramente arduo tentare di ricomporlo in una presunta,
problematica Unità. “Dobbiamo raggiungere quella zona profonda
che è in noi – come mi ha detto Laura Scottini – quella
zona dove non si risponde a un perché ma si accetta, fuori dal
dualismo io-tu. Zona di compassione, amore, consapevolezza, dove tutti
si è collegati”.
Laura Scottini, di Imperia, laureata sia al Dams che in Lingue e letterature
straniere, aveva al suo attivo, finora, solo libri di poesie (ben sette).
Adesso si affaccia anche alla narrativa con questo libro bello e singolare,
non facile, dalla gestazione lunga e tormentata, che potrebbe essere considerato
per certi versi un romanzo o un racconto lungo, ma per altri versi anche
il diario di un impiegato felice che tenta di ricomporre la propria vita
servendosi di un imprevisto e insperato soccorso (un artificio letterario,
una stampante di computer impazzita che un giorno si mette a sfornare
scritti misteriosamente…)
O si tratta, come molti altri, di un libro autobiografico mascherato,
anche se la voce narrante è quella di un uomo? Certamente non può
essere inteso come un romanzo nel senso tradizionale consegnatoci dall’Ottocento
e dal Novecento, con la sua ben nota fioritura, esplosione e “crisis”.
In ogni caso si tratta di un libro singolare e intrigante, che l’Autrice
ha cominciato a scrivere trent’anni fa, per poi lasciarlo ancora,
e infine per riprenderlo e portarlo a compimento. E seguiamo allora l’interpretazione
autentica che ci viene fornita dallo stesso personaggio narrante, quando
dice: “ma cosa sto leggendo? Io stesso ho scritto questi brevi racconti…
so cosa significa tutto questo, quale messaggio mi si vuol mandare…
Ciascuno nasce con un compito, questo lo so, l’ho sempre sentito
e il mio l’avevo perso per strada, l’avevo sepolto sotto gli
innumerevoli strati di vita vissuta… Avevo promesso a me stesso
che sarei diventato un uomo, che avrei fatto il salto, che non avrei trascinato
una vita grigia di niente, ma che avrei vissuto ogni istante con la consapevolezza
del morituro, con la forza del neonato. E invece mi ero cacciato in storie
senza senso, avevo perso l’orientamento, i miei gesti non svelavano
nessuna leggerezza, nessun garbo speciali: ero pesante e ottuso come tutto
il mondo intorno a me”.
In effetti il libro si articola in vari “capitoletti” più
o meno lunghi, non intitolati né numerati, ma tenuti distinti da
tre semplici asterischi, anche per mantenere una fluidità e continuità
di narrazione. Apparentemente autonomi l’uno all’altro, trattando
di volta in volta di personaggi diversi e delle loro storie personali,
in realtà sono tutti collegati fra loro e unificati dalla mente,
dal sentimento e dall’emozione di Laura Scottini (anche se la voce
narrante, come detto, è quella di un uomo). Leggiamo quindi, via
via, le storie di Sveva, di Luca, di Marco, di Vera, di Alina, di Sofia,
di Lisa , di Gianni, di Emma, di Laura, di Giulia, quasi tutte storie
di sofferenze e di angoscia, di creature che si sentono sole, a disagio,
in un mondo in cui conti non tornano quasi mai, in una vita in cui abbondano
stimoli falsi, ma nella quale si sente comunque, atroce, il bisogno di
armonia e di pace, di completezza, di simbiosi felice.
Ne è la testimonianza più limpida la confessione finale
del “protagonista”, che a un certo punto conclude:
“Ecco, tutto mi ruota attorno, sono collegato a milioni di esseri
che neppure conosco, che sono questo sogno straordinario che è
la vita.
Le loro emozioni, i sentimenti più nascosti, le paure, il frastuono
di questo tempo che ci stordisce, ci aliena a noi stessi è dolore.
Ma oggi mi sento più leggero, il dolore è diventato storia
e non mi appartiene più. È di tutti, e io sono ognuno. E
ciò che libera è vedere. Lo sguardo si fa più attento
e solidale, la mia voce vuole comunicare affetto e comprensione.
Il chiacchiericcio fra i mille e mille neuroni tace. Ho bisogno di silenzio.
Abbiamo bisogno di silenzio. Esso ci riconduce ad uno stato di grazia,
dove il sacro riappare. La pienezza di ogni istante richiede comprensione,
discernimento: è forse paragonabile all’arte di vivere? Tanti
interrogativi si riaffacciano, mi fan riprendere contatto non più
con i fantasmi del passato ma con la possibilità del risveglio.
La scelta se essere responsabili oppure no è a un passo da noi,
me lo ha suggerito una lettura o forse un incontro; comunque condivido
questa idea ed anzi da tempo tento di portarla dentro la mia vita, senza
riuscirci. Non è certo un compito facile, ma continuo il mio viaggio”:
Non tutte le prose raccontano, prevalentemente, fatti e accadimenti.
Ci sono prose che sono veri e propri brani lirici, che “raccontano”
sensazioni ed emozioni, itinerari dello spirito, vaneggiamenti o incubi,
o incalzanti flussi di coscienza, o flash back per scandagliare il passato
(proprio o altrui), per capire il presente e cercare una bussola per orientare
il futuro.
Ed ecco che la scrittura, torcia potente per forare il buio della vita,
può rivelarsi in realtà quasi ermetica, se non criptica.
Proprio perché è la vita stessa a non essere semplice ed
elementare, ma ermetica, se non criptica.
Destino della letteratura contemporanea che voglia essere al passo col
tempo?
Certamente non è stata una scelta casuale, e tanto meno narcisistica,
quella di Laura Scottini, che ha fatto campeggiare su tutta la copertina
del libro una propria fotografia, scattatele negli anni della gioventù,
quelli della prima stesura – anche se parziale – del libro.
(Recensione a cura di Luigi De Rosa, pubblicata sul giornale “Pomezia-Notizie”
agosto 2012, pp. 52-53) |